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Diario
2 novembre 2010
Dove è naufragato il_posto_delle_fragole
Cari amici,vi do presto appuntamento presso la nuova piattaforma che ospita il mio spazietto online che, da bergmaniano posto delle fragole è naufragato in una springsteeniana tana del diavolo.Ecco l'indirizzo completo:http://onthedevilsarcade.blogspot.com/Purtroppo lo stato di abbandono in cui versano i server de Il Cannocchiale, senza più uno staff capace di garantire un minimo di servizi, mi ha spinto a trasferire altrove i miei sproloqui.Per molti non sarà una gran perdita, me ne rendo conto :-)
9 ottobre 2010
Gli Stagni del Patriarca*
"Nell'ora
di un caldo tramonto primaverile apparvero presso gli stagni
Patriaršie
due cittadini [...] Giunti all'ombra dei tigli che cominciavano
allora a verdeggiare, gli scrittori (i due
cittadini di cui sopra, ndr)
si precipitarono per prima cosa verso un chiosco dipinto a colori
vivaci, che portava la scritta "Birra e bibite". Ma
conviene rilevare la prima stranezza di quella spaventosa serata di
maggio. Non solo presso il chiosco, ma in tutto il viale parallelo
alla via Malaja Bronnaja, non c'era anima viva. In un'ora in cui
sembrava che non si avesse più la forza di respirare, quando il
sole, che aveva arroventato Mosca, sprofondava oltre il viale Sadovoe
in una secca bruma, nessuno era venuto sotto l'ombra dei tigli,
nessuno sedeva su una panchina, deserto era il viale."
(M.A.
Bulgakov, Il Maestro e Margherita)

(Veduta degli Stagni del Patriarca; in basso gli Stagni di sera e l'ingresso della casa-museo Bulgavov, sulla Sadovaja)
Il
celeberrimo incipit de Il Maestro e
Margherita,
qui nella traduzione di Vera Drisdo, ha reso universalmente famoso un
angolo della città molto amato dai moscoviti, una piccola cintura
verde attorno ad uno stagno scuro, nascosta da eleganti palazzi
liberty, vicina ma allo stesso tempo al riparo dalla vivace Via
Sadovaja. Tutto il quartiere, a due passi dalla Tverskaja e dal
Cremlino, è una elegante zona residenziale, abitata presumibilmente
da gente molto facoltosa. Percorrendo i suoi silenziosi pereulki
si avverte
quasi una sensazione di sospensione: si fa in fretta a dimenticare
gli stridenti rumori della Sadovaja o del Tverskoj Bul'var per
immergersi in una tranquillità insospettabilmente ostinata. E così,
svoltando a sinistra dalla Sadovaja verso la Malaja Bronnaja, i suoni
e i rumori della città d'improvviso sembrano cadere in sordina. Poco
prima, andando con la mente a ritroso, avevo attraversato la Piazza
Triumfal'naja (sulla quale troneggia la statua di Majakovskij)
arrivando dalla Tverskaja; qui ero arrivato percorrendo la Via
Cajanova che collega la Tverskaja alla Piazza Miusskaja, dove ha
sede l'RGGU, l'università presso la quale ho studiato. Poco meno di
due chilometri, a occhio.
Appena prima di raggiungere l'incrocio con
la Malaja Bronnaja, lungo la Sadovaja, si trovano altri due luoghi
legati a Bulgakov e a Il Maestro e
Margherita:
la casa dello scrittore, cui si accede dalla corte di un grande
palazzo, e il giardino Akvarium,
all'interno del quale si trova adesso il teatro Massovet. All'epoca del romanzo qui c'era
il famoso MASSOLIT, la sede degli scrittori aderenti alla sovietica
Letteratura di massa,
cui fanno parte Berlioz e Bezdomnyj. Di questi tempi, invece, durante la
sospensione estiva delle rappresentazioni, sembra di essere inghiottiti
dalla semioscurità e da una tranquillità inaspettata per chi –come il sottoscritto- rammentava le vivaci vicende che
avevano come sfondo proprio il giardino e il Griboedov
(nome con
cui i soci chiamavano comunemente la sede del MASSOLIT).
Poco
distante i Patriaršie prudy
accolgono con un'aria simile, apparentemente bonaria: sono raccolti
in uno spazio piccolo, addomesticabile dall'occhio, ben diverso
dall'imponente grandezza dei parchi moscoviti. È
impossibile, passeggiando lungo i viali polverosi o sedendo su una
delle sue larghe panchine, non ripensare al libro. O passeggiando sul
camminamento attorno allo stagno, o sedendo sul basamento del
monumento a Krylov. La stessa atmosfera immaginata chiudendo gli
occhi sopra le pagine del romanzo -incantata, quasi magica- , la si
può sentire aprendoli sugli Stagni. Fra i suoi frequentatori è
facile trovare tipi diversi, spesso strani. Se chiedete loro in quale
panchina sedevano i protagonisti de Il
Maestro e Margherita
non riceverete mai la stessa risposta: la quarta o la sesta panchina;
era il lato della Malaja Bronnaja - no, era quell'altro.
Ma lo sciame
di suggestioni che questo luogo induce nel visitatore non proviene
solo dal ricordo del romanzo: questo luogo possiede di per sè
un'atmosfera misteriosa, un'aura incantata. Non è (solo) il libro ad
aver reso sinistramente magico questo luogo agli occhi dei
visitatori, è questo luogo ad aver contribuito a rendere magico il
libro, e a ben d'onde. Molto tempo fa questo angolo paludoso di Mosca
subì un intervento di bonifica. Degli originari tre stagni (come
testimonia il poco distante Trechprudnyj
pereulok,
Vicolo dei tre stagni) ne fu creato uno solo, più ampio, quello che
possiamo ammirare ancora oggi: da qui l'abitudine di individuare il
luogo al plurale, prudy.
Gli "stagni" furono "ribattezzati" a nome del
Patriarca, che quindi non fu il primo patrono del luogo. E qui ci
aiuta ancora la toponomastica: un altro vicolo nei dintorni porta il
curioso nome di Kozichinskij pereulok,
ovvero Vicolo del caprone, rappresentazione del maligno.
Quando
Woland appare agli stagni fra Berlioz e Bezdomnyj, allora, non fa
altro che tornare a casa propria, usurpata dall'autorità della
Chiesa. Questo accostamento tra santo e diabolico è l'ennesima
declinazione della convivenza tra Bene e Male che è una delle cifre
più significative del capolavoro bulgakoviano - accostamento, quello
tra la Chiesa e la dimora del maligno, che mi induce spesso a fare
parallelismi "poco onesti". Mi piace pensare che Bulgakov
abbia pensato a simili (e migliori) parallelismi sedendo all'ombra
dei tigli, fissando l'immobile oscurità dell'acqua, immaginando
quello stagno come le porte dell'Averno o, semplicemente,
osservandolo percorrendo la Malaja Bronnaja mentre si dirigeva verso
casa.
__________________________________ *Questo post è debitore delle bellissime lezioni su Il maestro e Margherita all'interno del corso di Lingua e Letteratura Russa tenuto dalla Prof. Claudia Olivieri, che ringrazio di cuore. Il mio viaggio non sarebbe stato lo stesso senza le suggestioni di quelle lezioni.
3 ottobre 2010
Alta fedeltà
"Hornby ha inaugurato un nuovo filone di letteratura <<confessionale>> maschile con i romanzi Febbre a 90' e Alta fedeltà [...]
in cui le passioni in essi descritte sono viste nel loro trasmutarsi in <<ossessioni>> con problematiche conseguenze anche nei
rapporti con il mondo femminile". La garzantina di letteratura, nella sua dosata brevità, così definisce il genere letterario di cui Nick Hornby, negli anni 90, è diventato il campione: letteratura confessionale maschile. Ed è difficile definire altrimenti questo libro, soprattutto considerando il fatto che,
pur non manifestandolo apertamente, i destinatari di questo racconto in prima persona sono uomini, quasi esclusivamente. E questo è chiaro
quando il protagonista, Rob Fleming, cerca la complicità (o il
conforto) dei lettori in questioni decisamente "maschili" - come, ad
esempio, il numero medio di amanti per gli over 30 - questioni in cui
spesso coinvolge il lettore con un "noi" cameratesco e solidaristico.
Alta
fedeltà è un libro tutto sommato gradevole, una lettura appassionante,
con un grosso pregio: una lingua semplice, colloquiale, con la quale
però Nick Hornby riesce a parlare di cose complesse come il rapporto
con se stessi e con gli altri, che siano "amici" o "
ragazze": una capacità di analisi e di autoanalisi non priva di
umorismo e scetticismo, lucida ed assolutamente autentica.
La
storia è anch'essa molto semplice: il protagonista si trova in una
crisi ed inizia ad interrogarsi sulla vita e i suoi sentimenti, i
suoi rapporti con il sesso e le ragazze, le ex fidanzate, il
fidanzato della ragazza che lo ha appena lasciato, i rapporti con il
passato e le aspettative per il futuro: ma ciò che rende tutto
questo così autentico - a parer mio - è la normalità di queste
persone, le loro piccole cose, i loro slanci di affetto e, a volte, i
loro egoismi e le loro piccole cattiverie. Rob Fleming è un ragazzo come tanti; vive come tutti le più o meno piccole crisi quotidiane a
casa e al lavoro, con la fidanzata, i genitori e gli amici, ma non
arriva alla disperazione perchè accetta questa sua "normalità". Nel film Nessun messaggio in segreteria un personaggio diceva che la gente comune non è felice
perchè non è capace di accettare la propria mancanza di talento: forse
Rob Fleming e molti personaggi del libro, arrivati ai trent'anni, lo
hanno capito. Un mediocre senza talento? in realtà Rob Fleming e i suoi amici
un talento ce l'hanno: la musica. Il protagonista possiede infatti un
negozio di dischi dove lavorano due maniaci del pop, Dick e Barry, e
la loro vita è scandita a forza di canzoni e di mini classifiche, di
vinili e di cassette-compilation... come una vita parallela, dove una
canzone è una risposta ad un problema, e un cantautore compare con
le dita sull'accordo per suonare la soluzione al tuo problema (e
nello splendido film tratto dal libro è Bruce Springsteen in persona
ad apparire in un piccolo cameo). Ma la cosa che più mi ha
(piacevolmente) sorpreso è che alla fine per qualcuno si realizzano
i sogni, ritorna la felicità, e allora per un po' la normalità
svanisce.
26 settembre 2010
Badlands

Psongology,
Nella seconda puntata di psongology
(ovvero: crimini contro le canzoni, dal ventriloquismo all’appropriazione
indebita) faremo a pezzi un brano di Bruce Springsteen, la leggendaria Badlands.
I motivi di questa scelta sono essenzialmente due: per primo, il "senso" che mi
piace dare a questa canzone di Springsteen è ben lontano da quello della
canzone con cui ho inaugurato questa sezione, This is the sea dei Waterboys
(la trovate qualche post più giù), e poi perché è una buona occasione per
segnalare/ricordare l’uscita, tra qualche settimana, del cofanetto celebrativo
di Darkness on the edge of town, l’album del 1978 che esordisce proprio
con le note di Badlands. Occasione ghiotta per i fan del Nostro: ben due
dischi di inediti, DVD con concerti, l’album rimasterizzato, un book con testi di
Springsteen, una t-shirt... Maggiori informazioni sul sito di Leonardo Colombati,
fan del Boss e autore di un libro (Come un killer sotto il sole, Sironi)
che unisce un bel saggio su Springsteen "grande scrittore americano" (al pari
dei grandi, Steinbeck, Flannery O’Connor, Lee Masters) con una selezione di
canzoni commentate e tradotte dall’autore (la traduzione che utilizzerò è
tratta dal suo libro).
Honey I want the heart, I want the soul, I want control right now.
Talk about a dream; try to make it real.
You wake up in the night with a fear so real.
You spend your life waiting for a moment that just don't come.
Well don't waste your time waiting
Tesoro, voglio il cuore, voglio l’anima, voglio il controllo,
adesso.
Parli di un sogno, cerchi di tradurlo in realtà
E ti svegli di notte con il terrore vero
Di passare la tua vita ad aspettare un momento che semplicemente
non arriva.
Be’, è meglio non sprecare tempo nell’attesa.
Combattere, aggredire, tenere i sogni al riparo dalla buia notte in
cui, seduti sulle lenzuola umide, su quel letto in cui ci si è rigirati senza
requie, appare tutta la difficoltà di vivere e la paura di non meritarlo, di
non meritare. La felicità. La paura. L’amore. Strappare la felicità a questo
mondo, sollevarsi dal torpore e dall’autocommiserazione, non sprecare tempo
nell’attesa, gettare l’anima fuori di sé finché non ci guarderà sorridendo, rassicurante. E sarà il primo bacio dell’aprile, quando viene lo sgelo, il primo sole… è mio, mia è l’anima, mio il controllo, mio il cuore. Sono qui,
ora. Me. I am free.
Badlands you gotta live it every day
Let the broken hearts stand
As the price you’ve gotta pay
Well keep pushin till it's understood
And these badlands start treating us good
Terre selvagge – bisogna viverci ogni giorno,
lasciamo che i cuori infranti siano il giusto prezzo da pagare.
Bisogna insistere fino a quando tutto sarà chiaro
E queste terre selvagge inizieranno a trattarci un po’ meglio.
E allora combattere, aggredire, strappare la felicità a qualunque
costo, anche al costo di creare dolore. È il prezzo che si deve pagare,
inevitabilmente. Poiché questa è la nascita dell’anima nel dolore, una nascita con guadagni e perdite. Insistere, non più subire, non più sopravvivere, mostrare
al mondo la sua stessa durezza, la stessa spietatezza, e allora lui ti tratterà da pari, inizierà a
trattarti bene. Sputare in faccia a queste terre selvagge. Questo è il
paradosso, questa è l’atrocità, come quando la verità è detta ma non fa alcuna differenza. Ma la verità… non la nominare, perché appena la nomini non c’è più.
For the ones who had a notion, a notion deep inside
That it aint no sin to be glad you're alive.
I wanna find one face that aint looking through me
I wanna find one place, I wanna spit in the face of these
Badlands...
Per coloro che hanno la certezza – una certezza profonda –
Che non è peccato essere felici di essere vivi
Voglio trovare uno sguardo che non mi passi attraverso,
voglio trovare un posto, voglio sputare in faccia a queste terre
selvagge.
11 settembre 2010
La casa sul lungofiume
Mosca, la grandiosa
capitale russa, è città ricchissima di luoghi e suggestioni letterari al pari
di San Pietroburgo, con la quale ha sempre rivaleggiato per il ruolo di
"capitale culturale" del Paese: se la città di Pietro fu
indiscutibilmente patria di elezione e ispirazione dei grandi padri della
musica e della letteratura russe dell'ottocento, Mosca primeggiò nettamente
sull'altra durante il periodo sovietico, non solo per le conseguenze del
tragico assedio della Grande Guerra Patriottica (così i russi chiamano la Seconda Guerra
Mondiale), ma anche per desiderio di Stalin che mise in piedi un vero e proprio
piano per esaltare la nuova capitale. Si arrivò persino a sminuire
l'eroico sacrificio dei leningradesi perchè offuscava - secondo l'avviso di Stalin e del suo entourage - il prestigio di Mosca e
metteva in secondo piano la battaglia e l'assedio di Stalingrado (potentemente
rievocato nelle pagine di un libro famoso, Vita
e destino di Vasilij Grossmann, di recente ritradotto in Italia per i tipi
di Adelphi). Questo fenomeno passò alla storia con il nome di Leningradskoe
delo (affare Leningrado).
Il palazzone grigio nelle foto (scattate da me
qualche settimana fa^^, a parte la foto d'epoca) è uno dei luoghi "letterari" che di più amo di
Mosca, reso celebre dal lungo racconto di Jurij Trifonov Dom na naberežnoj (La
casa sul lungofiume, Editori Riuniti). Mi è caro per due motivi. Il primo, ovvio,
è perché ho apprezzato molto il libro, un racconto di formazione, un libro sul
peso della memoria. Il protagonista è un mediocre, Glebov, un uomo cinico e
opportunista nell'oscuro periodo storico della Russia che lo vede diventare
adulto, l'epoca staliniana. Un incontro, all’inizio del libro, innesca un
lunghissimo flashback che rivela al
lettore gli altri personaggi e tutte le vicende che hanno ruotato attorno
all'esistenza di Glebov. Ma la memoria ha un peso insostenibile e uno
retrogusto fortemente amaro per il protagonista perchè rimanda a quel periodo
in cui, con bieco opportunismo, egli ha costruito meschinamente una carriera
accademica cogliendo lo spirito del tempo ma tradendo amici, valori e persino
l'amore. Contraltari di questa sono le storie di sconfitta e i declini degli
altri personaggi, tutti legati alla grande casa
sul lungofiume, l'immenso edificio dove risiedeva l'intelligencija e la classe dirigente dell'epoca, luogo simbolo di
uno status e metafora della scalata sociale che il protagonista sogna e infine riesce
a realizzare, al prezzo avvilenti compromessi con se stesso. Fra gli amici di
Glebov Trifonov rappresenta anche se stesso e la sua famiglia, ennesima vittima
del terribile clima di delazione e di caccia alle streghe che fu il periodo
staliniano.
Adesso questo palazzone sul lungofiume è un complesso di
appartamenti residenziali molto upper
class che comprende un cinema, piscina e un supermercato… in cima troneggia
un gigantesco logo della Mercedes. La zona in cui sorge è tra le più belle
della città: ad un passo dal Cremlino, ad un passo dalla Cattedrale del Cristo
Salvatore (e dalla ulica Precistenka, dove sorgono il Puškin e le casa museo di
Tolstoj), a fianco della vecchia fabbrica della Krasnij Okt’jabr (centro di una bella movida notturna), a poche
centinaia di metri dalla (staraja) Tret’jakovskaja
galereja e da Poljanka, il quartiere dove sorge una delle librerie più
belle e fornite di Mosca, la “dom knigi”
Molodaja Gvardija.

(La casa sul lungofiume, a destra, e sullo sfondo il Kamennij most e torri e campanili del Cremlino)
Una delle mie
passeggiate preferite metteva insieme tutti questi luoghi: potevo arrivare da Piazza
Rossa, percorrendo il Moskvoreckij most e
poi un tratto di lungofiume, oppure da Poljanka (dove era sempre d’obbligo una
capatina alla dom knigi), oppure
scendere alla stazione Kropoptinskaja
della metro e “circumnavigare” la
Cattedrale del Cristo Salvatore per attraversare il moderno
ponte di fronte alla Krasnij Okt’jabr.
Ora che ci penso, è questo il secondo motivo per cui amo questo posto.
24 giugno 2010
Blue - Joni Mitchell
Call her Green, and the winter cannot fade her... (Little
green) Love is touching soul... (A case of you)
Il
1970 è per Joni Mitchell un anno cruciale: da un lato l'insperato,
veemente successo dell'album Ladies of the canyon, uscito l'anno
precedente, dall'altro l'inquietudine per una vita sentimentale piena di
sconvolgimenti, la fine della grande storia d'amore col musicista
Graham Nash, la fuga dai ricordi, il viaggio in Europa e la storia con
James Taylor, la nostalgia e il ritorno in California...
Queste
emozioni, e tante altre costituiscono il nucleo delle canzoni di Blue,
un album che è un diario le cui pagine sono scritte con in braccio una
chitarra, o seduti al pianoforte. Un disco straordinariamente
autobiografico, semplice come una confessione e complesso come un
sentimento, indefinibile come la malinconia.
Blue, un solo
colore, nessun indizio o suggerimento, solo il colore della malinconia,
dell'anima che si chiude su se stessa. Canzoni dai toni tremendamente
intimi, indifesi; arrangiamenti altrettanto semplici, perfino
scarni, chitarre acustiche (suonate dagli amici James Taylor e Stephen
Stills), dulcimer, pianoforte (lo strumento di Joni). Sullo sfondo il
basso e la batteria di Russ Kunkel, o qualche lampo west - coast di
pedal steel in Carey o California. Ma in primo piano la voce
limpida, accecante di Joni Mitchell che accompagna dieci testi toccati dalla poesia ma tirati fuori dalla prosa della quotidianità, piccoli
appunti, disegni, foto sulle pagine di un diario che parla di nostalgia (California,
A case of you, River), di troppi amori andati a male (My old
man, The last time I saw Richard), di figli perduti o amici divorati
dalla droga (Little green e la title track), di lotte con
se stessi e i propri limiti (All I want, il pezzo d'apertura,
strabordante di emozioni e sentimenti incontenibili, ma anche The
last time I saw Richard). Come un lungo cuneo piantato in un cuore,
un cuore di donna, da cui sgorga dolore e poesia, toccanti sospiri
("Questa è una conchiglia per te,/ dentro puoi sentirci un sospiro,/ una
nenia nebbiosa/ questa è la mia canzone per te" da Blue) e fiumi
ghiacciati ("Vorrei avere un fiume/ per potervi pattinare via" da River),
stelle cadenti ("...vidi una stella cadente/ infuocarsi sopra le sabbie
di Las Vegas [...] Non è stata l'unica che mi hai donato,/quella
notte..." da This flight tonight) e nettari "divini" ("Sei nel
mio sangue come vino santo,/ tu sai così d'amaro e di dolce,/ potrei bere
un'intera cassa di te, caro..." da A case of you). Tutto
questo è Blue, per chi sa scoprirlo, e molto di più.
Tracklist: All I want / My old man / Little green / Carey / Blue /
California / This flight tonight / River / A case of you / The last time
I saw Richard
13 giugno 2010
This is the sea
Psongology
Per
l'inaugurazione di quest'altro angolo del mio spazietto on line possono valere
le brevi note che feci precedere alla sezione (cattive) recensioni, solo destinate ad un ambito più ristretto: là
qualche commento a dischi, libri e film, principalmente, e qui solo canzoni. Se lì ho chiesto l'indulgenza del lettore per "recensioni" che tutto possono avere
fuorchè l'aspirazione alla oggettività, qui non è il caso nemmeno di fare un
tentativo perchè ho in mente molti crimini contro i brani e i testi che sceglierò
volta per volta. Sfortunatamente, non conosco altro modo di far parlare le
canzoni se non usandole e riusandole a mio piacimento col risultato che,
spesso, viene fuori ben altro rispetto a quello che esse, docili, vogliono dire, rispetto a quello che gli autori hanno cercato di esprimere. Su
di loro, senza volerlo, si proiettano desideri, stati d’animo, sensazioni, e di
colpo diventano più che canzoni, più che musica, diventano specchi, contenitori vuoti da riempire. Non sempre tutta la colpa è
del sottoscritto, a volte sono le canzoni stesse a prestarsi a molteplici
interpretazioni, a volte sono difficili o ambigue, a volte sono volutamente inafferrabili (e ciò le rende più affascinanti ma più "manipolabili"), a volte rimandano ad altre
canzoni e moltiplicano così il gioco e il divertimento…
Serve
proprio spiegare lo strano (banale) ibrido lessicale che ho messo in cima a
questo post? :-)
Waterboys - This is the sea*
These things you keep
you'd better throw them away
You wanna turn your back
on your soulless days
Once you were tethered
and now you are free
Once you were tethered
well now you are free
That was the river
this is the sea!
La
cascata di note provenienti dalla dodici corde di Mike Scott, anima dei Waterboys,
e il canto irrefrenabile verso la fine
danno proprio l’idea della liberazione, l’idea dello scorrere del tempo e dell’acqua, l’idea di veleggiare dal fiume verso il mare, il grande e vasto mare
dove tutto si butta alle spalle, dove i ricordi non sono più zavorre, dove le
amarezze e i rimpianti sono disciolti nell’immensità di quello che ci aspetta,
dove il senso delle cose non è più un assillo insostenibile, non esiste il
senso delle cose, esistono le cose, sono, il ripiegamento diventa
dispiegamento, la penombra luce abbagliante, la luna sole.
Nothing to trust
nothing but chains
Via l'oppressione, volte
le spalle ai sensi di colpa, alle ferite, alle mancanze, dove quello che conta non
è il passato ma solo il presente, un treno per la terra della speranza e del sogno, una strada che porta oltre il confine …e,
molto allo sfondo, il futuro.
Now I hear there's a train
it's coming on down the line
It's yours if you hurry
you've got still enough time
And you don't need no ticket
and you don't pay no fee
No you don't need no ticket
you don't pay no fee
Because that was the river
and this is the sea!
Behold the sea!
______________________________
* Desidero ringraziare la persona
che mi ha fatto scoprire questo brano, persona che stimo moltissimo e che, senza saperlo, ha dato
il la alle mie riflessioni su questa
splendida canzone.
29 maggio 2010
La vecchia ferrovia
Si
dice che grandi sorprese, spesso, si nascondano dietro l’angolo, ad un passo
dal proprio naso: posso dire che la piccola escursione di cui parlerò
brevemente è stata una piacevole conferma dell’adagio. Con l’aiuto delle foto
spero di restituire almeno sommariamente la bellezza della vecchia ferrovia
sulla Timpa, a due passi dal centro abitato di Acireale.

(Parte iniziale del percorso; a sinistra sono visibili i palazzoni della nazionale che costeggia il centro di Acireale)
L’ingresso
si trova sulla via provinciale per le frazioni marinare (S.M. la Scala, S. Tecla, Stazzo,
Pozzillo), una cinquantina di metri prima della Chiesa di S.M. della Neve (sede del famoso Presepe Settecentesco). Dopo una
brevissima salita si raggiunge il percorso dismesso, del quale resta traccia
nelle numerose traverse di legno e nei residui delle centraline elettriche (purtroppo
non smaltiti) e che è rimasto sostanzialmente immutato fino all’incontro con
Via Mortara, tre chilometri più a nord.

(in primo piano l'abitato di S. Tecla e la strada provinciale; in secondo piano l'abitato di Scillichenti e Stazzo, lo Scalo Pennisi e il porticciolo di Stazzo)
Il percorso è completamente
pianeggiante e l’escursione non presenta difficoltà: raccomando solo di munirsi
di torce per l’attraversamento di alcune gallerie, una delle quali piuttosto
lunga.

La vecchia ferrovia attraversa proprio in mezzo l’alto costone della Timpa offrendo scenari naturalistici e paesaggi mozzafiato: una finestra unica su
tutto il litorale lavico dell’acese (fino a Stazzo), sulle frazioni a mare di
S.M. la Scala e
S. Tecla, e, più all’interno, di Scillichenti e Pozzillo Superiore.

(L'abitato di S. Tecla, con in primo piano la Chiesa Parrocchiale)
Voltata la
testa, un’altra immagine tipica del nostro paesaggio, l’Etna che domina lo
sfondo e, in basso fino all’osservatore, le verdi terrazze coltivate ad ulivi
ed agrumi fra le quali si distingue l’abitato di Guardia.


Il sentiero è in gran
parte coperto da una vegetazione lussureggiante: ginestre, limoni, fichi
d’india, querceti, alloro, rovi, edere, felci; piante che celano anche alcune
grotte naturali e alcune abitazioni rurali, ormai divenute preda degli sterpi,
integrate nel paesaggio.
8 maggio 2010
Collateral damages
"La Facoltà di Lingue e
Letterature Straniere di Catania chiude", questo è il concetto comunicato
dal rettore dell'Ateneo Recca al preside della facoltà, Nunzio Famoso, durante
un incontro informale (la colazione dei celebri "cappuccino e
cornetto"), risalente a circa una settimana fa, in cui è stato svelato un
accordo tra il rettore stesso e alcuni politici ragusani, tra cui l'attuale
presidente del Consorzio Mauro, che prevede la costituzione di un "quarto polo universitario siciliano" che accorperà i corsi delle varie Facoltà
decentrate dell'Ateneo (Architettura e i corsi già presenti a Ragusa, oltre
alle facoltà della Kore di Enna, candidata a diventare pubblica) e che riceverà
in dote proprio la Facoltà
di Lingue e il fondamentale patto a non mantenerne più i corsi a Catania.
Come chiamare un’operazione
simile, condotta nella più totale clandestinità, nel più puro spregio delle organi di governo dell’università, se non un vero e proprio atto di forza?
Una operazione che nulla ha a che fare con il miglioramento dell’offerta
formativa universitaria, con la cultura e la formazione superiore, ma solo con
scambi politici tra potentati o aspiranti tali, con la complicità di parlamentari
locali. Una operazione che orienta secondo i propri più egoistici scopi,
secondo una logica di spartizione feudale, il ridimensionamento imposto dal
Governo all’istruzione a tutti i livelli.
Inquieta la scelta di agire
sotterraneamente per agire senza controlli, senza contraddittori, senza
ascoltare le ragioni degli altri, e la leggerezza con cui si manovrano i
destini di migliaia di persone, studenti, docenti, lavoratori. Indigna
l’arroganza con cui si impongono queste scelte e la volontà di screditare e
delegittimare ogni interlocutore. Lascia sgomenti il senso di impunità che anima i malaffari di
queste persone e che ne permette il concepimento e, sempre più spesso, la messa in opera.
La denuncia di questo disegno da parte del preside Famoso piomba sulle nostre teste come un fulmine a ciel
sereno, e il suo fragore è tale che si può assimilare allo sgancio di una vera
e propria bomba sulla Facoltà di Lingue di Catania, tra le poche a poter presentare
nell’Italia meridionale una offerta formativa di livello e che può vantare
collaborazioni con Atenei stranieri e risultati di prestigio. Una Facoltà che
conta circa settemila iscritti. Solo che, oltre alle macerie, sul campo resteranno
anche uno stuolo di vittime incolpevoli, gli studenti, i danni non proprio collaterali
di questa scellerata offensiva che non si sa bene da dove arrivi e perché.
3 aprile 2010
Come Dio comanda
Come per l'ottimo Io non ho paura Salvatores dirige
un altro (omonimo) romanzo di Ammaniti, premio Strega 2007. Storia noir
piena di thrilling, dura quasi da far male, mette in scena, come Il papà di Giovanna di Avati, un altro struggente rapporto padre
- figlio sullo sfondo di un'esistenza martoriata e senza avvenire, in
un nord - est lontano dal benessere delle classi agiate. Il padre, il
bravo Filippo Timi, è un precario e un fanatico dell'ultradestra che
conduce una vita sregolata segnata dall'odio verso ogni extracomunitario
preferito a lui dai "padroni" datori di lavoro. La sua unica speranza e
ragione di vita è l'amore per il figlio, reciproco e profondo quanto
contrastato. Condivide le misere condizioni dei due anche un povero
menomato, Quattroformaggi, così ridotto da un infortunio sul lavoro. La
loro storia presto dovrà fare i conti con un terribile delitto che li
coinvolgerà e che metterà alla prova il loro rapporto (quello tra padre e
figlio e il rapporto tra la coppia e il giovane malato) in maniera
tragica e struggente.
Grande merito di Salvatores quello di filmare
una storia tanto dura con un linguaggio molto essenziale, musiche
azzeccatissime e una grande abilità nel porre l'accento su singole scene
e fotogrammi fondamentali per ricostruire l'atmosfera claustrofobica
che proviene dall'ambiente e dall'intreccio. La scena del delitto è
davvero tremenda e sapientemente orchestrata nella tensione che arriva
al parossismo.
Merito invece dell'autore della storia, che Salvatores ha
saputo trasporre con la forza suggestiva del linguaggio filmico, quello
di aver dipinto un intreccio in cui - come del resto sempre è nella
realtà - il male e il bene sono imparentati stretti. Una storia dove è
difficile dire dove stanno l'uno o l'altro. Non saprei dire se è più
malvagio il rapporto malato ma denso di amore tra questo padre e questo
figlio o la gelida e silenziosa emarginazione riservata al povero
demente dalla gente perbene. Non saprei dire se c'è più malvagità nel
gesto estremo, nel più estremo, di un folle o nella spietatezza di un
padrone che ruba la vita al lavoratore e lo scarica negandogli anche le
cure per la malattia scaturita da un incidente che lui stesso ha
contribuito a causare.
In mezzo a questo intreccio di male e bene resta
l'amore, malato, sgradevole ai benpensanti, ma autentico,
incondizionato. Bella l'interpretazione di Elio Germano nei panni di
Quattroformaggi, soprattutto nella seconda parte del film, buona quella
del ragazzino. Mi sono interrogato a lungo sul senso del titolo, e forse
allude ad una sorta di giustizia retribuzionista che ammonirà con la
sua punizione la cosidetta società bene. Ma questa è una sensazione
molto soggettiva che solo il raffronto col libro può confermare.
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